“Di poeta cavallar mi feo”: il genio di Ludovico Ariosto tra vita cortigiana, narrazioni cavalleresche e… “viaggi lunari”!

Kirjoittanut: Domenico “Miko” Pardo

Ludovico Ariosto (1474 – 1533) fu uno dei maggiori esponenti della letteratura cinquecentesca. Ricordato soprattutto per il suo Orlando furioso, scrisse anche le Satire (una sorta di autobiografia in versi: sette componimenti in terzine, traenti ispirazione dai canoni latini), le Commedie (componimenti teatrali ispirati ancora una volta dal mondo classico, soprattutto da Plauto) e le Rime (prodotte in volgare e raccolte solo dopo la morte dell’autore).

Ariosto, fuggito dagli studi giuridici voluti dal padre, si dedicò anima e corpo alla letteratura trovando conforto nell’accoglienza della corte degli Este di Ferrara, che gli garantirono il sostentamento economico per poter esprimere appieno il suo genio creativo. È al centro della vita cortigiana e delle mansioni diplomatiche svolte che Ariosto trova spunti per la sua produzione letteraria. Durante il servizio presso la corte estense Ariosto compie numerosi viaggi nelle corti d’Italia. Ed è proprio in uno di questi viaggi (a Firenze) che Ariosto conosce una donna già coniugata – Alessandra Benucci – che sposerà in segreto. Una decina d’anni prima della sua morte, il poeta viene investito del ruolo di governatore della Garfagnana (una regione corrispondente ad una parte dell’odierna Toscana, facente parte all’epoca del ducato estense); il desiderio dell’Ariosto, però, era quello di rientrare nella sua Ferrara per dedicarsi completamente agli studi ed alla poesia. Ludovico è un fine diplomatico ed il suo lavoro fu molto apprezzato dai vari “signori” succedutisi sullo scranno estense, ciò fece sì che l’Ariosto trascorse tutta la sua vita diviso fra gli obblighi verso il ducato e la sua passione nei confronti della poesia. È per questo che scrisse di sé stesso “di poeta cavallar mi feo” (da poeta che ero…mi fecero cavaliere), proprio per sottolineare – in tono un po’ polemico – la sua volontà di scrivere di argomenti cortigiani, senza necessariamente essere protagonista in prima linea delle vicissitudini politiche.

L’Orlando Furioso è il capolavoro a cui Ariosto dedicò tutta la sua esistenza. Il poema, iniziato nel 1505, giunse ad una prima edizione solo nel 1516 ed ebbe in seguito due successive stesure nel 1521 e nel 1532. L’Orlando è un poema cavalleresco in ottave composto da 46 canti; nasce come prosecuzione naturale dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, ma è anche accostabile ai componimenti del ciclo bretone e carolingio.

Le vicende narrate dal poema sono innumerevoli, paragonabili a tanti fili che vanno a tessere un’unica tela; il celebre proemio – Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto” – ci offre infatti solo un semplice indizio su quello che sarà il reale contenuto dei 46 canti, in verità molto più complessi. È possibile comunque ricostruire la trama basandosi su tre filoni principali: la guerra tra il re africano Agramante e Carlo Magno che ha come sfondo il suolo di Francia, le vicissitudini amorose che intercorrono fra Orlando, Rinaldo e Angelica (la quale innamoratasi di Medoro fu causa della perdita del senno di Orlando) ed infine le vicende di Ruggiero e Bradamante, descritte in maniera “encomiastica” per celebrare la corte degli Estensi.

La trama composta da Ariosto è complessa, stratificata, a tratti labirintica. Numerose vicende secondarie ruotano come satelliti attorno ai nuclei principali del poema. Le tematiche sentimentali si intrecciano sapientemente con quelle di natura militare. Questo “escamotage” tecnico-stilistico è definito “entrelacement” (letteralmente “incastro”), ed è la firma tipica sia di Ariosto che dei poemi del ciclo arturiano. Il poeta cinquecentesco, inoltre, introduce un elemento moderno: l’ironia. Attraverso l’ironia Ariosto “comunica” con il lettore, lo stimola, donando al componimento la leggerezza necessaria a fare da contraltare alla complessità della trama.

Il punto più alto dell’ironia e della creatività ariostesca è toccato dall’episodio del viaggio del paladino Astolfo sulla luna (canto XXXIV, v. 70-87). Il passo, uno dei più celebri dell’intero poema, descrive un viaggio mitico verso una luna, che rappresenta per Ariosto un luogo metaforico che raccoglie tutto ciò che è perduto o gettato via dagli uomini sulla Terra. La missione è recuperare il senno perduto da Orlando a causa del suo folle amore per Angelica.  Una missione decisiva per le sorti della guerra contro i Mori: riportare il senno ad Orlando – Il Guerriero tra i guerrieri – è l’unico modo per assicurarsi la vittoria finale. La descrizione del paesaggio lunare concede all’autore anche l’opportunità di ironizzare sulle vanità degli uomini impegnati nell’inseguimento costante di cose che non riescono a raggiungere o che sono talmente superficiali da svanire con facilità. La descrizione della Terra dal punto di vista lunare, ci consegna un Ariosto polemico ed anticipatore delle teorie copernicane. La Terra non è altro che un “piccolo globo” ed il cambio di prospettiva ci offre la possibilità di ragionare sul reale valore delle cose che, viste da lontano, rimpiccioliscono e risultano quasi insignificanti. Il linguaggio tagliente dell’Ariosto non risparmia neanche quella vita cortigiana in cui è cresciuto e si è affermato: nelle ottave 77-79 vengono ridicolizzati i doni riservati ai signori, così come i versi composti dai colleghi poeti per attirare le simpatie dei suddetti regnanti “di cicale scoppiate imagine hanno versi ch’in laude dei signor si fanno” [XXXIV, 77].

Ludovico Ariosto è un poeta amato sia in Italia che all’estero proprio per il suo stile unico, moderno, persino attuale. L’autore può essere considerato un “realista”, poiché ci offre costantemente una fotografia della realtà che lo circondava, come fosse una rielaborazione delle esperienze vissute durante la sua vita di corte. Ariosto demolisce i valori da “intoccabili” che gravitano attorno agli ambienti cavallereschi dell’epoca, offrendoci una descrizione dei personaggi al limite della caricatura. La chanson de geste, fonte d’ispirazione per Ariosto, è nei fatti manipolata, trasformata in una sorta di romanzo moderno dove i protagonisti non sono più “senza macchia e senza paura”, ma al contrario vivono gli stessi sentimenti dei comuni mortali.

Tra le tante analisi sul capolavoro dell’Ariosto, quella di Italo Calvino può essere considerata tra le più riuscite ed autorevoli; ed è tramite le parole di Calvino che possiamo comprendere – nella maniera più sintetica possibile – la genialità del poeta diventato cavaliere: “L’Orlando furioso è un universo a sé, in cui si può viaggiare in lungo e in largo, entrare, uscire, perdercisi”.

Domenico “Miko” Pardo

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