Il Deserto dei Tartari, di Dino Buzzati

Kirjoittanut: Domenico, “Miko”, Pardo

 

Il Deserto dei Tartari, una delle opere più significative del bellunese (milanese d’adozione) Dino Buzzati, è un romanzo che tratta avvenimenti “fantastici”, ma al tempo stesso – attraverso l’utilizzo abbondante di figure retoriche – è da considerarsi come un viaggio introspettivo nell’universo umano.

La trama narra le vicende di un giovane ufficiale, il tenente Giovanni Drogo, che in un tempo indefinito (si ipotizza a cavallo tra l’800 ed il 900), in un Paese indefinito, muove i suoi primi passi nella carriera militare, con l’entusiasmo tipico di chi, dopo una formazione dura, non vede l’ora di poter mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti. Viene assegnato così alla Fortezza Bastiani, una roccaforte posta a difesa dei confini del nostro “Stato X”. Giunto – dopo un lungo viaggio fra cime aguzze e scoscese – alla roccaforte, il nostro Drogo vede una realtà molto lontana da ciò che aveva immaginato: la Fortezza Bastiani è diroccata, isolata, dimenticata da Dio. Esattamente come lo sono gli occupanti di quel posto. Il disincanto del capitano Ortiz o del maggiore Matti mettono Giovanni nelle condizioni di potersi rendere conto immediatamente dell’inutilità della sua presenza in quel luogo remoto. I sogni di gloria del giovane ufficiale iniziano dunque a scontrarsi con la dura realtà, ma pur avendo avuto (dopo pochi mesi) l’opportunità di mollare tutto e ritornare in città, in un afflato di (inutile) caparbietà ed orgoglio, il nostro tenente decide di rimanere, come fosse vittima di un sortilegio capace di incatenarlo lì, in cerca di improbabili glorie.

La linearità della trama inizia a condirsi del tema principale presente nel romanzo: l’angoscia. Il deserto che avvolge la Fortezza raccoglie quotidianamente, in maniera ridondante, le attenzioni di tutti i militari. È una sorta di “abisso nietzschiano”: più gli uomini indirizzano i propri sguardi verso quel deserto, più il deserto stesso entra dentro ognuno di loro.  Ed è così che la ricerca del nemico diventa fondamentale. La chimera rappresentata dai Tartari, una popolazione antica e fiera che ha riempito svariate pagine dei libri di storia, grazie ad imprese militari e tremende scorribande. I Tartari non si vedono, ma la loro presenza si avverte come una spada di Damocle sulle teste dei residenti della Fortezza. Ed è questa presenza – un artificio, in fin dei conti – a rappresentare l’unica molla che porta avanti le speranze dei soldati. Speranze che affievoliscono inesorabilmente giorno dopo giorno, che creno miraggi (come accade nei deserti, per l’appunto), che fanno commettere errori con risvolti drammatici (basti pensare alle assurde morti del soldato Lazzari o del tenente Angustina).

Il mondo militare, con la sua ripetitività di gesti e l’applicazione rigida di una disciplina completamente distaccata dal contesto isolato e privo di reali pericoli in cui si muovono gli attori del nostro romanzo, rappresenta un terreno fertile per la crescita di sentimenti come l’angoscia e soprattutto per l’annullamento di ogni tipo di emotività preesistente. I “potenziali eroi”, i ricercatori di gloria, non sono altro che addetti (in luccicante divisa, anziché “tuta blu”) di una catena di montaggio.

L’alienazione subita dal protagonista, risulta evidente al primo contatto col vecchio mondo cittadino. Giovanni Drogo ritorna da dov’era partito, ma ciò che trova è un ambiente cambiato a 360 gradi. Il rapporto con la famiglia, gli amici, gli amori, diventa impossibile: non sono tutti gli altri ad essere mutati, ma è lo stesso Giovanni a portarsi dietro il “deserto” trovato lassù, ai confini del mondo. Il senso di disadattamento che ne deriva è comprensibilmente devastante; ci troviamo in presenza di una sorta di “sindrome di Stoccolma”, l’unica soluzione possibile è infatti rappresentata dal tornare volontariamente alla cittadella sequestratrice, che ha tolto tutto al giovane tenente per sostituirsi a quel “tutto” e diventare così l’unica vera “casa” per Drogo.

La maestria di Buzzati sta proprio nel farci credere che – chi più, chi meno – siamo (o siamo stati) tutti Giovanni Drogo nel corso della nostra esistenza. Spesso non sappiamo liberarci da chi o cosa ci ha fatto del male. Troppe volte, anche avendo la possibilità di cambiare vita, decidiamo autonomamente di ritornare a situazioni deleterie per il nostro equilibrio psico-fisico, solo perché ci sembra la soluzione più semplice o addirittura l’unica possibile.

Gli anni passano, come la giovinezza del tenente Drogo. Dopo molti falsi allarmi, e le visioni/intuizioni del tenente Simeoni, il nemico è realmente alle porte. Ma con un tanto ironico quanto sadico colpo di genio, l’autore del romanzo “fa ammalare” il protagonista, che viene mandato via dal palcoscenico principale dove si sarebbe svolto lo scontro epico atteso invano per tutto l’arco della propria (misera) esistenza. Mestamente Giovanni Drogo si allontana dalla sua casa-prigione Bastiani e si avvia verso una fine inevitabile. In una squallida locanda, lontano da divise, medaglie, superiori e nemici, Giovanni combatte la sua unica, vera battaglia, quella più importante, che accomuna tutti gli esseri umani: affrontare la morte senza paura, con dignità. E da quello che abbiamo letto ed intuito, questa sfida è stata vinta dal Drogo, che all’ennesima beffa da parte di una vita gettata alle ortiche, ha saputo rispondere con un sorriso. Ed è risaputo: “chi non ha paura di morire, muore una volta sola”.

Dino Buzzati nasce il 16 ottobre 1906 a San Pellegrino (Belluno). Dopo essersi laureato in Legge a Milano, nel 1928 entra come cronista al «Corriere della Sera»; l’attività di giornalista fu poi una costante di tutta la sua vita. Intanto comincia la sua attività narrativa. La Seconda guerra mondiale lo vede in Africa come corrispondente del suo giornale. Terminato il conflitto, diventa redattore capo della «Domenica del Corriere». Muore a Milano il 28 gennaio del 1972. Autore di numerosi racconti, romanzi e testi teatrali, Dino Buzzati si dedicò anche alla pittura, illustrando fra l’altro alcuni dei suoi libri. Della sua produzione ricordiamo Barnabo delle montagne (1933), Il segreto del bosco vecchio (1935) e nel 1940 ottiene il successo con il suo romanzo più celebre Il deserto dei Tartari. È del 1942  la raccolta di novelle I sette messaggeri, del 1958  Sessanta racconti. E ancora Il colombre (e altri cinquanta racconti), Poema a fumetti e Le notti difficili (1971).

Fonte: Dino Buzzati – “Il deserto dei Tartari” – Oscar Moderni Mondadori (ed. 2016, 202 pagine)

Domenico, “Miko”, Pardo

 

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