”Marcovaldo (ovvero le stagioni in città)” di Italo Calvino

Kirjoittanut Domenico, “Miko”, Pardo

Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1963, è una raccolta di 20 racconti, ognuno dei quali è legato ad una stagione dell’anno. Il ciclo completo ed alternato delle stagioni si ripropone dunque per cinque volte. Le storie, racconti, fiabe o episodi che dir si voglia, sono incentrate attorno alla figura di Marcovaldo, un onesto ed umile lavoratore e padre di famiglia. Un personaggio innocente, naif, dotato di una ingenuità naturale che ce lo fa risultare simpatico sin dalle prime righe.

Il tema ricorrente del libro è il contrasto fra le aree urbane e la natura, tra il grigio della metropoli ed il verde del bosco, tra il frastuono del viavai cittadino e la tranquillità (soltanto ricordata, immaginata dal nostro protagonista) della salubre vita di campagna, la vita “di una volta”, verrebbe da dire.

Le fiabe sono chiaramente dedicate ad un pubblico di ragazzi in età scolastica; il linguaggio è semplice e chiaro, l’utilizzo di figure retoriche è limitato e non contorto, garantendo la scorrevolezza della lettura. Tra le righe scritte da Calvino, si scorge una velata morale, che non disturba; l’autore si limita a guidare il lettore, ad “istruirlo” sul contatto col mondo circostante. Marcovaldo è un attento osservatore, un amante delle “piccole cose”. Pur non essendo affatto un vincente, le vicende che lo vedono coinvolto in maniera rocambolesca risultano buffe, divertenti. Non vi è disperazione nel vivere una vita da appartenente alla classe meno abbiente, anzi! La sua ricchezza sta nel rapporto con la moglie ed i figli, nel portare a termine i compiti quotidiani da bravo cittadino e lavoratore, nell’essere armonicamente in pace con sé stesso, nonostante possa apparire più volte come un “disadattato sociale”.

L’ironia è lo strumento utilizzato da Calvino per descrivere una fantomatica (ma non troppo) città moderna italiana (potrebbe essere Torino o Milano, ma l’autore non lo dice mai). Gli anni ’60 sono gli anni del boom in Italia, dell’urbanizzazione, dell’industrializzazione. Uno sviluppo economico e tecnologico, che non riesce a soddisfare appieno le esigenze di “sempliciotti” come il nostro Marcovaldo, perennemente frastornato dalla realtà circostante. Anche la rappresentazione dell’azienda-tipo, la “Sbav”, con questo nome onomatopeico, che richiama al viscido e strisciante sfruttamento della classe operaia da parte dei “Signori dell’Industria”, è un chiaro messaggio di tenore socio-politico da parte dell’autore.

Tra i tratti salienti dello stile di Italo Calvino, quello che colpisce molto in questa serie di racconti è l’utilizzo di nomi ricercati, arcaici ed altisonanti dati ai personaggi. Fenomeno, però, riscontrabile solo nel mondo degli adulti (Amadigi, Viligelmo, Domitilla, ecc.), mentre i bambini portano dei nomi normali, spesso declinati in forma vezzeggiativa (Michelino, Pietruccio, Filippetto, ecc.). Il tutto per sottolineare la divisione fra un “pianeta dei grandi” (inquinato, complicato, costruito) ed il mondo dei piccoli, dove regnano innocenza, semplicità e purezza.

Anche i titoli delle 20 storie sono sempre originali ed offrono il giusto preludio alle vicende tragicomiche contenute in ognuna di esse. Fra i vari brevi racconti, tutti denotanti elementi che spaziano dal neorealismo al surrealismo, quello che mi ha colpito di più è stato “Marcovaldo al supermarket”.
La novella – facente parte della categoria “inverno” – si svolge all’interno di un supermercato strabordante di prodotti di ogni genere, luci, colori, suoni, offerte. Tutta l’irruenza della società consumistica che si abbatte su degli innocenti sprovveduti come Marcovaldo e la sua famiglia. Questi ultimi decidono di provare l’ebbrezza dell’acquisto sconsiderato, per poi riporre tutto sugli scaffali, senza concludere realmente nessun acquisto. Ma presi dal panico si perdono nei labirintici reparti del grande magazzino, finendo per dare tutta la merce “in pasto” ad una gru, sbucata all’improvviso in una zona del supermercato ancora in costruzione, mentre la famigliola si trovava in bilico su un’impalcatura, così come – metaforicamente – anche ai giorni nostri molte famiglie si trovano sempre a doversi cimentare funambolicamente come acrobati circensi, per poter far quadrare il bilancio mensile, minacciato di continuo da un consumismo sempre più sfrenato.

Non solo sorrisi (più o meno amari), dunque. Anche momenti di riflessione, sempre leggera, mai forzata, ma comunque “suggerita”. Marcovaldo non può essere quindi classificato superficialmente come “letteratura per ragazzi”. L’etica ecologica ed equo-solidale è il filo conduttore che attraversa i 20 racconti, rivolgendosi indistintamente a tutti, un messaggio di una potente e profonda attualità.

Se ne consiglia la lettura nel periodo dello stress da shopping natalizio, alla fine di una dura giornata di lavoro o dopo esser rimasti imbottigliati nel traffico per ore.

Italo Calvino (1923 – 1985), è stato uno dei più grandi esponenti del Novecento italiano. Accostabile alle correnti del Neorealismo e del Postmoderno, affrontò tematiche molto diverse tra loro: la Guerra e la Resistenza, l’impegno sociale, il fantastico e la fantascienza. Tra le sue opere, ricordiamo la c.d. “Trilogia degli antenati”, composta da “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante”, “Il cavaliere inesistente”.

Fonte: Italo Calvino – “Marcovaldo ovvero le stagioni in città” – Oscar Mondadori (nona ristampa 2016, 171 pagine)

Domenico “Miko” Pardo

“Di poeta cavallar mi feo”: il genio di Ludovico Ariosto tra vita cortigiana, narrazioni cavalleresche e… “viaggi lunari”!

Kirjoittanut: Domenico “Miko” Pardo

Ludovico Ariosto (1474 – 1533) fu uno dei maggiori esponenti della letteratura cinquecentesca. Ricordato soprattutto per il suo Orlando furioso, scrisse anche le Satire (una sorta di autobiografia in versi: sette componimenti in terzine, traenti ispirazione dai canoni latini), le Commedie (componimenti teatrali ispirati ancora una volta dal mondo classico, soprattutto da Plauto) e le Rime (prodotte in volgare e raccolte solo dopo la morte dell’autore).

Ariosto, fuggito dagli studi giuridici voluti dal padre, si dedicò anima e corpo alla letteratura trovando conforto nell’accoglienza della corte degli Este di Ferrara, che gli garantirono il sostentamento economico per poter esprimere appieno il suo genio creativo. È al centro della vita cortigiana e delle mansioni diplomatiche svolte che Ariosto trova spunti per la sua produzione letteraria. Durante il servizio presso la corte estense Ariosto compie numerosi viaggi nelle corti d’Italia. Ed è proprio in uno di questi viaggi (a Firenze) che Ariosto conosce una donna già coniugata – Alessandra Benucci – che sposerà in segreto. Una decina d’anni prima della sua morte, il poeta viene investito del ruolo di governatore della Garfagnana (una regione corrispondente ad una parte dell’odierna Toscana, facente parte all’epoca del ducato estense); il desiderio dell’Ariosto, però, era quello di rientrare nella sua Ferrara per dedicarsi completamente agli studi ed alla poesia. Ludovico è un fine diplomatico ed il suo lavoro fu molto apprezzato dai vari “signori” succedutisi sullo scranno estense, ciò fece sì che l’Ariosto trascorse tutta la sua vita diviso fra gli obblighi verso il ducato e la sua passione nei confronti della poesia. È per questo che scrisse di sé stesso “di poeta cavallar mi feo” (da poeta che ero…mi fecero cavaliere), proprio per sottolineare – in tono un po’ polemico – la sua volontà di scrivere di argomenti cortigiani, senza necessariamente essere protagonista in prima linea delle vicissitudini politiche.

L’Orlando Furioso è il capolavoro a cui Ariosto dedicò tutta la sua esistenza. Il poema, iniziato nel 1505, giunse ad una prima edizione solo nel 1516 ed ebbe in seguito due successive stesure nel 1521 e nel 1532. L’Orlando è un poema cavalleresco in ottave composto da 46 canti; nasce come prosecuzione naturale dell’Orlando innamorato di Matteo Maria Boiardo, ma è anche accostabile ai componimenti del ciclo bretone e carolingio.

Le vicende narrate dal poema sono innumerevoli, paragonabili a tanti fili che vanno a tessere un’unica tela; il celebre proemio – Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto” – ci offre infatti solo un semplice indizio su quello che sarà il reale contenuto dei 46 canti, in verità molto più complessi. È possibile comunque ricostruire la trama basandosi su tre filoni principali: la guerra tra il re africano Agramante e Carlo Magno che ha come sfondo il suolo di Francia, le vicissitudini amorose che intercorrono fra Orlando, Rinaldo e Angelica (la quale innamoratasi di Medoro fu causa della perdita del senno di Orlando) ed infine le vicende di Ruggiero e Bradamante, descritte in maniera “encomiastica” per celebrare la corte degli Estensi.

La trama composta da Ariosto è complessa, stratificata, a tratti labirintica. Numerose vicende secondarie ruotano come satelliti attorno ai nuclei principali del poema. Le tematiche sentimentali si intrecciano sapientemente con quelle di natura militare. Questo “escamotage” tecnico-stilistico è definito “entrelacement” (letteralmente “incastro”), ed è la firma tipica sia di Ariosto che dei poemi del ciclo arturiano. Il poeta cinquecentesco, inoltre, introduce un elemento moderno: l’ironia. Attraverso l’ironia Ariosto “comunica” con il lettore, lo stimola, donando al componimento la leggerezza necessaria a fare da contraltare alla complessità della trama.

Il punto più alto dell’ironia e della creatività ariostesca è toccato dall’episodio del viaggio del paladino Astolfo sulla luna (canto XXXIV, v. 70-87). Il passo, uno dei più celebri dell’intero poema, descrive un viaggio mitico verso una luna, che rappresenta per Ariosto un luogo metaforico che raccoglie tutto ciò che è perduto o gettato via dagli uomini sulla Terra. La missione è recuperare il senno perduto da Orlando a causa del suo folle amore per Angelica.  Una missione decisiva per le sorti della guerra contro i Mori: riportare il senno ad Orlando – Il Guerriero tra i guerrieri – è l’unico modo per assicurarsi la vittoria finale. La descrizione del paesaggio lunare concede all’autore anche l’opportunità di ironizzare sulle vanità degli uomini impegnati nell’inseguimento costante di cose che non riescono a raggiungere o che sono talmente superficiali da svanire con facilità. La descrizione della Terra dal punto di vista lunare, ci consegna un Ariosto polemico ed anticipatore delle teorie copernicane. La Terra non è altro che un “piccolo globo” ed il cambio di prospettiva ci offre la possibilità di ragionare sul reale valore delle cose che, viste da lontano, rimpiccioliscono e risultano quasi insignificanti. Il linguaggio tagliente dell’Ariosto non risparmia neanche quella vita cortigiana in cui è cresciuto e si è affermato: nelle ottave 77-79 vengono ridicolizzati i doni riservati ai signori, così come i versi composti dai colleghi poeti per attirare le simpatie dei suddetti regnanti “di cicale scoppiate imagine hanno versi ch’in laude dei signor si fanno” [XXXIV, 77].

Ludovico Ariosto è un poeta amato sia in Italia che all’estero proprio per il suo stile unico, moderno, persino attuale. L’autore può essere considerato un “realista”, poiché ci offre costantemente una fotografia della realtà che lo circondava, come fosse una rielaborazione delle esperienze vissute durante la sua vita di corte. Ariosto demolisce i valori da “intoccabili” che gravitano attorno agli ambienti cavallereschi dell’epoca, offrendoci una descrizione dei personaggi al limite della caricatura. La chanson de geste, fonte d’ispirazione per Ariosto, è nei fatti manipolata, trasformata in una sorta di romanzo moderno dove i protagonisti non sono più “senza macchia e senza paura”, ma al contrario vivono gli stessi sentimenti dei comuni mortali.

Tra le tante analisi sul capolavoro dell’Ariosto, quella di Italo Calvino può essere considerata tra le più riuscite ed autorevoli; ed è tramite le parole di Calvino che possiamo comprendere – nella maniera più sintetica possibile – la genialità del poeta diventato cavaliere: “L’Orlando furioso è un universo a sé, in cui si può viaggiare in lungo e in largo, entrare, uscire, perdercisi”.

Domenico “Miko” Pardo